harriet_ed: (me)
[personal profile] harriet_ed
- Selfinktober: un prompt al giorno per tutto il mese, una storia con qualcosa di scritto a mano
- Prompt: #17 - Foreign
- Nota: trovate l'immagine anche nel link al termine del testo
- Storia originale a cui il racconto è ispirato: Almiressa [Universo della campagna di gioco di ruolo]

Tutti gli stranieri



“Straniero” era sempre stata l’offesa ultima, per suo padre. La aggiungeva a qualunque categoria volesse sminuire in quel momento, qualunque idea gli sembrasse dannosa o balzana. “Stranieri” erano tutti i tipi di magia non adatta alla tencnomagia (e quindi inutile perché non ti faceva fare i soldi.) “Stranieri” erano i lavoratori delle sue infinite proprietà terriere (anche quelli nati e cresciuti in quel preciso angolo della Scozia – ma il loro essere poveracci li rendeva stranieri ai suoi occhi.)
“Stranieri” erano tutti i paesi in cui Theodore diceva che sarebbe andato a studiare – non che ci volesse andare davvero, ma ogni scusa era buona per far infuriare suo padre.
La verità era che non vedeva l’ora di diventarlo davvero, uno straniero, per sempre.
L’unico pensiero che lo tratteneva era Evanna. Se restava in quel posto enorme, lussuoso e soffocante, era solo per lei. Non c’era affetto per i luoghi né per chi li aveva abitati. Suo fratello Donald avrebbe raccolto tutte le eredità, fisiche e spirituali, di quella famiglia di gente troppo ricca e convinta di essere dio. Magari avrebbe creato una nuova generazione di infelici, magari sarebbe stato migliore.
Ma Evanna era piccola. Ed era diversa dagli altri, più simile a Theodore. E siccome un po’ era colpa sua, che l’aveva segretamente tirata su così, istigandola alla ribellione, non la poteva lasciare.
Poi però l’aveva fatto davvero: se n’era andato. È che quando ti ritrovi a scappare da chi ti ha messo al mondo, perché hai paura per la tua vita, non c’è molto altro da fare se non scappare. Avrebbe compiuto diciassette anni due giorni dopo. Tutta la sua roba, preparata con cura negli ultimi due anni, pronta per la grande partenza, era rimasta a casa: proprio la scoperta di quei bagagli segreti aveva fatto esplodere la scintilla della rabbia di suo padre.
Così si ritrovò clandestino su un treno, con i vestiti e i capelli fradici per il temporale, il braccio sinistro spezzato e in tasca quanto bastava per pagarsi forse un pasto per un paio di giorni.
A quel punto c’era solo da capire dove andare. Dove andare a essere lo straniero che in realtà era sempre stato.

Non avrebbe mai raccontato a nessuno le vicende che lo avevano condotto dalla Scozia all’Accademia Magica di Ysnar, a Creta. Mai. A nessuno. Lo giurò varcando l’imponente portale, ma avrebbe infranto quella promessa meno di un mese dopo.
Lo accompagnarono allo spazio che avrebbe condiviso con altri due studenti: così erano le camerate dello studentato. Una piccola sala studio, un bagno in comune e tre piccoli spazi separati, con letti e cassettiere. Gli altri inquilini erano lì da qualche settimana, gli dissero. Due ragazze. Sulla porta c’era la lista con i loro nomi.



«Ehi, benvenuto» lo salutò in inglese una ragazza alta, aprendo la porta all’improvviso. Era molto bella, con gli occhi grandi truccati di verde e un hijab verde e oro dal quale spuntavano scomposte ciocche nerissime. «Questa stanza è una figata, credimi.» Sembrava un po’ più grande di lui, e molto a suo agio.
«Ehi. E tu sei…»
«Shirin. Lui invece è Ravi.»
Dietro di lei spuntò un’altra persona, lunga e magra, con un viso dai lineamenti dolci. Indossava abiti maschili di foggia europea e un paio di occhiali dalle lenti azzurre stavano in precario equilibrio su un naso lungo. Ma non sembravano veri occhiali: più qualcosa di auto-prodotto, pieni di simboletti magici e piccoli ingranaggi.
«Benvenuto! È un posto un po’ strano, questo. Ma ti troverai benissimo. Io sono Ravi. Sono quello sano della camera. Giuro. Ehi, ti va bene parlare in inglese, sì? Sennò abbiamo hindi, urdu, arabo, spagnolo…»
«Spagnolo catalano.»
«Certo. E io sto provando a studiare il greco, ma per ora faccio schifo.»
«Parliamo in qualsiasi cosa non sia l’inglese» rispose Theodore, in arabo. Entrambi annuirono. Shirin gli prese di mano la borsa rammendata in cui aveva i suoi pochissimi possedimenti.
«Vieni qui, che ti sistemiamo. Viaggi leggero, eh?»
«Si viaggia meglio.»
«Di dove sei?»
«Di nessuna parte.»
«Oh. Beh, io sono un po’ di tutte le parti e lui è proprio di un altro pianeta. Sei finito nel posto giusto.»
Era vero.


Foreign
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