Selfinktober #18 - Door
Oct. 18th, 2020 11:32 am- Selfinktober: un prompt al giorno per tutto il mese, una storia con qualcosa di scritto a mano
- Prompt: #18 - Door
- Nota: trovate l'immagine anche nel link al termine del testo
- Nota 2: comprensibile anche senza il contesto
- Nota 3: Il titolo è una citazione di "Show yourself" (Frozen 2)
- Storia originale a cui il racconto è ispirato: Habitat
Like a dream I can reach but not quite hold
Danza sul cornicione di un mondo che si sfalda sotto i suoi stessi piedi scalzi e feriti. Un frammento alla volta, si disfà, come se una mano sorprendentemente delicata stesse tirando via con tensione costante il filo che teneva insieme la trama di tutto.
Corre verso lo squarcio di luce azzurra che intravede oltre quell’ultimo avamposto degli universi che deve superare a ogni costo. Intorno turbina un vento sconosciuto, indomabile. Non è concesso nemmeno di chiedergli il nome o provare a farci amicizia.
Sono cose che può fare nella realtà, non in quel turbinio di sogno vaneggiante. Ammesso che le cose siano ancora nell’ordine giusto, e che la realtà e il sogno non si siano scambiati di posto.
Ma il vento aumenta d’intensità, sembra voler spingere la sua schiena, e così in un attimo si ritrova davanti al passaggio. E lì dietro la vede.
È quella figura che ha sognato per così tanto tempo, e ora è lì. Vorrebbe parlarle, ma sa che le regole del sogno sono incomprensibili e forse non riuscirà nemmeno a schiudere le labbra, o forse sta già parlando da chissà quanto e lei non può sentire…
Ma poi è lei, a parlare. Lo fa con due carte che materializza dal nulla. Sembrano arcani dei tarocchi, a prima vista, e quella sarebbe una vista gradita, qualcosa di conosciuto, finalmente, ma in realtà ci sono figure e parole diverse.
La Madre.
La Porta.
E per un magnifico secondo, capisce. Interpreta il sogno. Ha la visione chiara della via che si dipana davanti ai suoi occhi.
Lei è la Madre, io sono la Porta.
«Ho aspettato così tanto che tu arrivassi.»
Lo ha detto davvero o….
Poi il filo viene tirato una volta di troppo e il sogno non regge più.
Apre gli occhi. C’è il cielo sopra il suo sguardo e l’asfalto sotto la schiena. I muscoli doloranti e il viso bagnato di lacrime. Si rialza a fatica, cercando di far incontrare i ricordi prima del sogno con quelle immagini che non può permettersi di perdere, perché lì c’è tutto, c’è il cuore della sua magia, che sta scoprendo solo adesso.
Accanto a sé c’è un foglio strappato e scarabocchiato. Lo prende fra le dita macchiate di vernice azzurra (il graffito al Wesler Palace, ricorda) e prova a ricordare cosa sia successo, come abbia ottenuto quelle parole in pezzi. Fa appena in tempo a leggerle prima che scompaiano dal foglio.

Un altro segnale. C’è qualcosa di enorme nell’aria. Una cosa che chiamarla tempesta non rende nemmeno lontanamente l’idea.
E ci sono delle persone che dovrà incontrare.
Door
- Prompt: #18 - Door
- Nota: trovate l'immagine anche nel link al termine del testo
- Nota 2: comprensibile anche senza il contesto
- Nota 3: Il titolo è una citazione di "Show yourself" (Frozen 2)
- Storia originale a cui il racconto è ispirato: Habitat
Like a dream I can reach but not quite hold
Danza sul cornicione di un mondo che si sfalda sotto i suoi stessi piedi scalzi e feriti. Un frammento alla volta, si disfà, come se una mano sorprendentemente delicata stesse tirando via con tensione costante il filo che teneva insieme la trama di tutto.
Corre verso lo squarcio di luce azzurra che intravede oltre quell’ultimo avamposto degli universi che deve superare a ogni costo. Intorno turbina un vento sconosciuto, indomabile. Non è concesso nemmeno di chiedergli il nome o provare a farci amicizia.
Sono cose che può fare nella realtà, non in quel turbinio di sogno vaneggiante. Ammesso che le cose siano ancora nell’ordine giusto, e che la realtà e il sogno non si siano scambiati di posto.
Ma il vento aumenta d’intensità, sembra voler spingere la sua schiena, e così in un attimo si ritrova davanti al passaggio. E lì dietro la vede.
È quella figura che ha sognato per così tanto tempo, e ora è lì. Vorrebbe parlarle, ma sa che le regole del sogno sono incomprensibili e forse non riuscirà nemmeno a schiudere le labbra, o forse sta già parlando da chissà quanto e lei non può sentire…
Ma poi è lei, a parlare. Lo fa con due carte che materializza dal nulla. Sembrano arcani dei tarocchi, a prima vista, e quella sarebbe una vista gradita, qualcosa di conosciuto, finalmente, ma in realtà ci sono figure e parole diverse.
La Madre.
La Porta.
E per un magnifico secondo, capisce. Interpreta il sogno. Ha la visione chiara della via che si dipana davanti ai suoi occhi.
Lei è la Madre, io sono la Porta.
«Ho aspettato così tanto che tu arrivassi.»
Lo ha detto davvero o….
Poi il filo viene tirato una volta di troppo e il sogno non regge più.
Apre gli occhi. C’è il cielo sopra il suo sguardo e l’asfalto sotto la schiena. I muscoli doloranti e il viso bagnato di lacrime. Si rialza a fatica, cercando di far incontrare i ricordi prima del sogno con quelle immagini che non può permettersi di perdere, perché lì c’è tutto, c’è il cuore della sua magia, che sta scoprendo solo adesso.
Accanto a sé c’è un foglio strappato e scarabocchiato. Lo prende fra le dita macchiate di vernice azzurra (il graffito al Wesler Palace, ricorda) e prova a ricordare cosa sia successo, come abbia ottenuto quelle parole in pezzi. Fa appena in tempo a leggerle prima che scompaiano dal foglio.

Un altro segnale. C’è qualcosa di enorme nell’aria. Una cosa che chiamarla tempesta non rende nemmeno lontanamente l’idea.
E ci sono delle persone che dovrà incontrare.
Door