Selfinktober #9 - Friend
Oct. 9th, 2020 04:57 pm- Selfinktober: un prompt al giorno per tutto il mese, una storia con qualcosa di scritto a mano
- Prompt: #9 - Friend
- Nota: trovate l'immagine anche nel link al termine del testo
- Nota 2: comprensibile anche senza il contesto
- Storia originale a cui il racconto è ispirato: Habitat
Reham vs la stanza
I bagagli ammonticchiati in un angolo. Le scarpe e i calzini abbandonati per terra, a tracciare un percorso dai bagagli al piccolo letto scomodo, con la sua antiquata coperta che sapeva di polvere. La lampadina che pendeva dal soffitto, senza lampadario, illuminando a malapena l’area sopra i loro letti (forse era meglio così: non avrebbero guardato troppo le macchie, la muffa e le prese elettriche non a norma.)
Era un posto di merda, sì, ma era questione di due giorni. Uno per raccogliere le ultime informazioni, uno per agire. Una missione veloce. Poi via, lontano dalla città afosa i cui rumori serali salivano su e s’infilavano nella finestra.
Ketsada era stesa sul letto e cercava di capire cosa vedesse nella macchia di umidità sul soffitto proprio sopra di sé. Era stanca e a disagio senza sapere perché. Quel posto era strano. Tutto era strano. Strano, caldo e sporco.
Reham uscì dal bagno in quel momento, ciabattando con le sue infradito rosa, coperta solo dalla vita in giù con un asciugamano. Aveva avuto il coraggio di fare la doccia. Si avvicinò al comodino, prese un blocchetto e una penna e scrisse qualcosa che fece balenare per un secondo davanti agli occhi di Ketsada. La loro parola segreta, il loro codice. Lei annuì e Reham strappò il foglietto. Prese l’accendino e lo fece sparire in una fiammata che disseminò cenere sul pavimento.

Reham fece per andare verso il letto su cui erano disseminati i suoi abiti, poi tornò dietro e si affacciò sul letto di Ketsada. Le posò la mano sulla guancia per un secondo, prima di andare a vestirsi.
Ketsada guardò l’altra donna mentre asciugava il corpo forte e robusto e i corti capelli neri, per poi infilare un paio di jeans neri pieni di borchie, una canottiera con fantasia mimetica e una felpa con sopra le guerriere Sailor. C’era stato come un cambiamento d’aria. Il disagio di poco prima era andato in cenere insieme al foglietto. Reham aveva il potere di stabilire subito il controllo su ogni ambiente. Entrava e diceva: questa è roba nostra, mia e dei miei amici. Pochi gesti e aveva già conquistato la stanza. E anche i pensieri cupi di Ketsada.
Friend
- Prompt: #9 - Friend
- Nota: trovate l'immagine anche nel link al termine del testo
- Nota 2: comprensibile anche senza il contesto
- Storia originale a cui il racconto è ispirato: Habitat
Reham vs la stanza
I bagagli ammonticchiati in un angolo. Le scarpe e i calzini abbandonati per terra, a tracciare un percorso dai bagagli al piccolo letto scomodo, con la sua antiquata coperta che sapeva di polvere. La lampadina che pendeva dal soffitto, senza lampadario, illuminando a malapena l’area sopra i loro letti (forse era meglio così: non avrebbero guardato troppo le macchie, la muffa e le prese elettriche non a norma.)
Era un posto di merda, sì, ma era questione di due giorni. Uno per raccogliere le ultime informazioni, uno per agire. Una missione veloce. Poi via, lontano dalla città afosa i cui rumori serali salivano su e s’infilavano nella finestra.
Ketsada era stesa sul letto e cercava di capire cosa vedesse nella macchia di umidità sul soffitto proprio sopra di sé. Era stanca e a disagio senza sapere perché. Quel posto era strano. Tutto era strano. Strano, caldo e sporco.
Reham uscì dal bagno in quel momento, ciabattando con le sue infradito rosa, coperta solo dalla vita in giù con un asciugamano. Aveva avuto il coraggio di fare la doccia. Si avvicinò al comodino, prese un blocchetto e una penna e scrisse qualcosa che fece balenare per un secondo davanti agli occhi di Ketsada. La loro parola segreta, il loro codice. Lei annuì e Reham strappò il foglietto. Prese l’accendino e lo fece sparire in una fiammata che disseminò cenere sul pavimento.

Reham fece per andare verso il letto su cui erano disseminati i suoi abiti, poi tornò dietro e si affacciò sul letto di Ketsada. Le posò la mano sulla guancia per un secondo, prima di andare a vestirsi.
Ketsada guardò l’altra donna mentre asciugava il corpo forte e robusto e i corti capelli neri, per poi infilare un paio di jeans neri pieni di borchie, una canottiera con fantasia mimetica e una felpa con sopra le guerriere Sailor. C’era stato come un cambiamento d’aria. Il disagio di poco prima era andato in cenere insieme al foglietto. Reham aveva il potere di stabilire subito il controllo su ogni ambiente. Entrava e diceva: questa è roba nostra, mia e dei miei amici. Pochi gesti e aveva già conquistato la stanza. E anche i pensieri cupi di Ketsada.
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