harriet_ed: (dream)
[personal profile] harriet_ed
- Selfinktober: un prompt al giorno per tutto il mese, una storia con qualcosa di scritto a mano
- Prompt: #31 - Free
- Nota: trovate l'immagine anche nel link al termine del testo
- Nota 2: in questa storia ho usato TUTTE le parole del mese, in ordine, fino all'ultima. Ditemi che sono un folle, vi prego.
- Storia originale a cui il racconto è ispirato: L'altra anima della città


Rituale per la notte del 31 ottobre 2020



La notte di Halloween era una delle più innocue dell’anno, soprattutto da quando così tante persone avevano preso l’abitudine di festeggiare con cibo, amici e decorazioni. Quella mistura di antichi riti, divertimento autentico e persone che stavano insieme creava una meravigliosa barriera che teneva a bada l’oscurità. Era il motivo per cui i maghi e gli esorcisti non avevano mai troppo lavoro, il 31 ottobre, ed Elia era uno di questi: la sera di Halloween era di riposo (a meno che non ci fosse da salvare la città presenziando a un negoziato – ma quella era un’altra storia, risalente a cinque anni prima.)
La sorpresa amara caduta sul mondo nel 2020 avrebbe fatto vivere a tutti un Halloween un po’ diverso, perlomeno lì a Firenze. Silenzio, chiusura, delusione e il peso di problemi e angosce che gravavano sulle spalle di tutti. Erano ottimo cibo per le creature che si infilavano tra le maglie dell’esistenza e si nutrivano della sofferenza degli uomini, avvelenando il sangue e il respiro della realtà.
Così in quella sera fresca e discreta, Elia decise di uscire da solo, avvolto nel buio, per praticare un rituale benedicente sugli abitanti della città, in quella dimensione e in tutte le altre.
Portava con sé il ciondolo a forma di stella, un pegno di amore e protezione donatogli da Leonora, e la luna piena investiva con la sua luce quel piccolo oggetto, amplificando il suo potere. In tasca aveva un fiore secco, un amuleto da parte di Aida. Nella tracolla larga e sdrucita c’era tutto il resto.
Il cielo su di lui era un quadro astratto di nuvole intrecciate, dentro le quali se si sforzava riusciva a leggere stralci di realtà futura. Ma non avrebbe divinato, quella notte. Si sarebbe lasciato attrarre dal tempo, dal suo flusso magnetico, e lo avrebbe abitato in pieno. Il pensiero era concentrato sul rituale da compiere e sugli oggetti che portava con sé, per lo più donati dagli amici: erano uno degli elementi di maggior impatto negli incantesimi di Elia. In quella data, poi, l’amicizia diventava un fattore ancora più dominante: l’amicizia tra vivi e morti, l’amicizia con le dimensioni invisibili.
Camminò a lungo: la strada era importante quanto il posto in cui si sarebbe fermato. Il rituale era già iniziato. Si guardava attorno, cercando di cogliere ogni cosa della sovrapposizione dei mondi che sapeva percepire. Hai uno sguardo affilato, gli diceva spesso Susanna, e lui non era sicuro che avesse ragione, ma provava a non deluderla. La ferita per la mancanza della sua strana maestra si faceva sentire forte, quella sera, ma chissà, forse ne avrebbe incontrato un frammento: magari dietro la maschera di qualche ombra ci sarebbe stata lei.
Il buio si riempiva lentamente di colori. Indaco, lilla, turchese, arancio. Li vedeva scorrere nel dispiegarsi della realtà. Chiunque altro avesse provato a vederli, non avrebbe avuto successo: era un dono speciale delle Memorie come lui, custodi dello scrigno del tempo, delle dimensioni mutevoli, della storia che s’infiammava, si faceva cenere e poi risorgeva. Era di casa dappertutto e straniero dappertutto. Era uno con il talento di trovare una porta in ogni cosa. Il suo impulso primario era l’incontro, l’intreccio, la relazione.
La dolcezza lunare lo copriva. Camminava su un confine immaginario, una corda sospesa sulla notte. Sentiva nelle ossa il suo destino di divisione: un pezzo di cuore in ciascun mondo. Ma la corrispondenza calda e vitale tra vivi e morti, tra umani e spiriti, tra le diverse strade del crocevia, quella notte lo avrebbe fatto sentire una cosa sola. Samhain, la Vigilia di Ognissanti, era uno dei rari momenti in cui non c’era da decidere da che parte stare: poteva essere ovunque, e di tutti, terrestre, spirituale, infernale, divino e semplicemente il piccolo se stesso di sempre, con i suoi limiti umani.
Arrivò alla meta: un posto senza importanza apparente, ma fondamentale per lui. Lì sedette per terra e tirò fuori l’occorrente. Accese le candele con un fiammifero, dispose gli oggetti al centro del cerchio creato dai lumi e chiuse gli occhi, cercando una via fra i suoi pensieri, le sue troppe domande, la sua eterna fatica di essere una forma incerta in un mondo che tende a volerti inquadrare e metterti in una casella precisa. Una volta aveva pensato che essere adulto significasse trovare un ordine nelle cose, ma adesso sapeva che la verità era un’altra: essere adulto, per lui, voleva dire portare il caos, un caos sano fatto di prospettive diverse, realtà alternative, silenzi per ascoltare le storie degli altri, musica e voci per distruggere le barriere.
Riaprì gli occhi: le fiamme volavano verso il cielo, chiedendo pace, donando protezione e conoscenza.
Sereno, completo, si lasciò cullare dal fuoco. Un alito di vento gentile gli passò fra i capelli sempre più lunghi, carezzò una cicatrice sulla fronte, scivolò su di lui e sulle sue offerte, sollevò e fece giocare per qualche istante un minuscolo frammento di carta su cui aveva tracciato una parola.



Essere adulti significava rivolta e riscrittura. Significava essere liberi, e da quella libertà fare nascere qualcosa per scardinare le prigioni di tutti.


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